Una strategia europea per un’economia collaborativa

L’economia della collaborazione fa il suo ingresso negli orientamenti dell’esecutivo comunitario, per tutelare i diritti dei consumatori e garantire una concorrenza leale tra operatori e prosumer.

Quello della sharing economy è un fenomeno legato all’economia digitale, alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie e dalla digitalizzazione e agli smartphone sempre accesi. E’ principalmente un mercato di multinazionali americane: delle prime dieci aziende per fatturato, solo BlaBlaCar è nata in Europa.

Nell’Unione europea (Ue) il settore è dinamico e in forte espansione e rappresenta una grande opportunità economica con potenzialità rilevanti in termini di innovazione, occupazione, sostenibilità e solidarietà. Secondo quanto riportato nella relazione presentata dall’eurodeputato Pd Nicola Danti a Strasburgo durante la plenaria del Parlamento europeo di giugno, si parla di un business con una crescita annua superiore al 25%.

Le piattaforme collaborative online—c.d. peer-to-peer (P2P) rappresentano una delle massime espressioni dell’economia della collaborazione. Queste spesso si limitano a fornire l’intermediazione elettronica tra utilizzatore e fornitore del servizio, piuttosto che la diretta fornitura di un servizio. E si basano molto sulla c.d. prova sociale, cioè sui feedback e le recensioni degli utilizzatori dei servizi come fattori d’influenza e principale fonte di rassicurazione e avvicinamento degli utenti.

Sul territorio e in particolare nelle grandi città dove si trovano le maggiori fonti di guadagno, il P2P è un’opportunità di condivisione sia di servizi che di soluzioni a problemi comuni. Quest’opportunità favorisce le relazioni interpersonali, rafforza l’identità del territorio e di conseguenza sostiene la coesione sociale, nuove forme di lavoro e il benessere economico della collettività. Per fare un semplice esempio, il P2P offre la possibilità del part-time a chi, per un qualsiasi motivo, non può svolgere un lavoro tradizionale. Le piattaforme collaborative possono inoltre ricoprire un ruolo strategico nella lotta all’economia sommersa, alle violazioni della normativa e al mancato gettito, grazie alla tracciatura delle attività e delle transazioni realizzate online.

Nell’economia della condivisione bisogna distinguere tra chi svolge l’attività in modo occasionale e chi lo fa in maniera professionale. La differenza tra il prestatore del servizio e l’utilizzatore finale è debole. Può infatti capitare che il prestatore del servizio e l’utilizzatore siano entrambi consumatori: questo è il caso dell’economia consumer to consumer (C2C)—quello di un’economia collaborativa in senso stretto, nella quale il servizio può essere monetizzato sotto forma di rimborso spese o paga minima, oppure di baratto senza pagamento in denaro. D’altro canto può succedere che il soggetto che fornisce la prestazione offra un servizio professionale a tutti gli effetti, avvalendosi delle piattaforme digitali in veste di “utente business”: in questo caso si parla di economia business to consumer (B2C).

Gli operatori economici della sharing sono dunque di diverso tipo: da un lato ci sono i “pari” (ad esempio, i singoli cittadini che offrono servizi occasionalmente) del C2C e dall’altro i c.d. prosumer—gli “utilizzatori professionisti”, i professional consumer del B2C. I nuovi modelli imprenditoriali di sharing sono pertanto decentrati poiché sono caratterizzati da diversi gradi di de-professionalizzazione e, per questo, si scontrano con i modelli tradizionali. Il P2P è così riuscito a colpire molte delle certezze dell’economia tradizionale—basti pensare alla guerra dei tassisti contro Uber.

In questo contesto, la norma europea ha sinora tutelato i diritti dei consumatori contro le transazioni commerciali sleali nei modelli imprenditoriali di tipo tradizionale, demandando invece agli Stati membri la sfida dei nuovi modelli dell’impresa della condivisione. Il risultato è stato una frammentazione normativa, con norme a livello europeo che sono stabilite—caso per caso—attraverso la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Ue. Questa frammentazione ha creato incertezza sia tra gli operatori tradizionali, che tra i nuovi prestatori di servizi, che tra i consumatori, rischiando di ostacolare le potenzialità della sharing economy.

A distanza di un anno dalla comunicazione della Commissione europea (CE) sul tema (“Un’agenda europea per l’economia collaborativa”, COM(2016) 356 final), dopo Bruxelles, anche Strasburgo punta a riequilibrare le differenze di trattamento della sharing economy nei diversi Stati membri.

Jyrki Katainen, Vicepresidente della CE e Commissario Ue per la Crescita, sostiene che, ci piaccia o meno, questo nuovo modello di economia crescerà in ogni caso ed “è quindi meglio regolarlo che combatterlo, se si vuole stare dalla parte giusta della storia”. E’ dello stesso avviso Nicola Danti, secondo cui “la sharing economy non deve essere bloccata nel suo sviluppo, ma è fondamentale definire il campo di azione e le regole di base per evitare distorsioni di mercato. […] Il primo obiettivo è fare il punto di una realtà che già esiste. Poi sarà utile definire i ruoli e le responsabilità di ogni attore in campo, senza sottovalutare quello delle stesse piattaforme, che in diversi casi non sono solo neutri intermediari ma stabiliscono anche compensi e modalità di lavoro.”

Le indicazioni fornite da Strasburgo sono chiare. La sharing economy dev’essere incoraggiata in modo responsabile. Non è più possibile assecondare la frammentazione. C’è invece necessità di armonizzare il nuovo modello economico, senza tuttavia limitarlo.

“Il nostro ruolo è quello di incoraggiare un contesto normativo che permetta ai nuovi modelli imprenditoriali di svilupparsi, proteggendo i consumatori e garantendo condizioni eque sia in materia fiscale che di occupazione”—Jyrki Katainen

Serve, in particolare, tutelare il consumatore in termini di protezione e sicurezza nell’ambito della prestazione del servizio, senza tuttavia imporre restrizioni eccessive ai privati che forniscono servizi solo di tanto in tanto. Serve contestualizzare diritti ed obblighi dei diversi attori all’interno dell’economia collaborativa e, per farlo, serve un quadro armonizzato di regole europee contro la deregolamentazione del settore, per evitare che vi siano approcci diversi a livello di Paesi e di realtà locali e per scongiurare la nascita di distorsioni di mercato—come potrebbe essere il rischio di cartello o di monopolio esercitato dalle grandi piattaforme P2P già affermate.

Gli Stati membri sono invitati a riesaminare le loro normative nazionali, alla luce degli orientamenti dell’esecutivo comunitario. Questo intervento dovrebbe eliminare l’incertezza giuridica che impedisce lo sviluppo dei nuovi modelli di business, portare crescita alle piattaforme europee oggi in difficoltà, favorire il reperimento del capitale di rischio, superare le difficoltà di accesso al credito per le imprese in fase startup, rendendo, di conseguenza, anche l’Europa uno dei player mondiali dell’economia collaborativa.

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